Il discorso di Concetto Marchesi d’inaugurazione del 722° anno accademico

È il 9 novembre 1943, nel pieno di uno dei periodi più bui della recente storia italiana, quando l’università di Padova si appresta nonostante tutto ad aprire il suo 722° anno accademico. Con un particolare: a dover pronunciare il discorso inaugurale c’è il rettore Concetto Marchesi, grande latinista ma soprattutto noto comunista e antifascista. È stato nominato il 1° settembre dal governo Badoglio con l’obiettivo di defascistizzare l’ateneo, ma solo pochi giorni dopo è accaduto l’imprevisto: Mussolini è stato liberato a Campo Imperatore dai paracadutisti di Otto Skorzeny ed è stata proclamata la Repubblica Sociale.

L’inaugurazione dell’anno accademico diviene così il primo plateale gesto di contestazione al nuovo regime, così come alla monarchia che per più di vent’anni aveva dato il suo appoggio al fascismo. Nell’Aula Magna, piena di docenti e studenti e curiosi, pochi studenti con l’uniforme della milizia repubblicana vogliono che l’inaugurazione diventi un momento di richiamo alle armi e all’impegno con il nuovo stato di Mussolini. Marchesi e il prorettore Meneghetti, più alto e robusto di lui, entrati in toga nella sala, li scacciano energicamente dal podio e dall’Aula. Poi, nel silenzio fremente di attesa e di tensione il rettore pronuncia il suo discorso, semplicemente impensabile nell’Italia nazifascista.

Marchesi allontana i fascisti dall'aula
Marchesi allontana i fascisti dall’aula

Se i rintocchi della torre del Bo non annunciano quest’anno alla città il rinnovarsi della consueta pompa accademica, c’è invece qualcosa di nuovo o di insolito, come una grande pena e una grande speranza, che qui ci raduna ad ascoltare, più che la fuggevole parola di un uomo, la voce secolare di questa gloriosa università, che fa oggi l’appello dei maestri e dei discepoli suoi; e i maestri e i discepoli presenti rispondono per i lontani, per i dispersi, per i caduti. Cosi in breve cerchia, tra noi, oggi, si compie un rito che ci rende sacra la pena e sicura la speranza. E la città sente che qua dentro, ora, si raduna ciò che distruggere non si può: la costanza e la forza dell’intelletto e del sapere; sente che qua dentro si conferma la custodia civile dell’Ateneo padovano, di cui più tardi si spalancheranno a tutti le porte, come porte di un tempio inviolato. Al professor Carlo Anti che per undici anni con inesausta alacrità ha tenuto il governo dell’Ateneo, rivolgo il mio saluto di successore e di collega. Il professor Gino Frontali, vanto della nostra clinica pediatrica, è stato trasferito all’Università di Roma; sono stati nominati a Padova i professori Giuseppe Bettiol di diritto penale e Gaetano Bompiani di anatomia e istologia patologica. Non pochi nostri colleghi sono scomparsi. Il 24 novembre del 1942 decedeva a Milano Giovanni Bertacchi, che qui portò la sua anima di poeta e di maestro e il suo incrollabile amore per tutte le terre d’Italia, dalle cime e dai valichi del suo Spluga alle coste del mare siciliano. Altri lutti colpivano la famiglia universitaria con la scomparsa di Oddo Casagrandi e di Giovanni Cagnetto alla cui memoria va il nostro accorato pensiero. Mi giunge in questo momento la luttuosa notizia della improvvisa scomparsa dopo brevissima malattia del professor Giannino Ferrari dalle Spade, ordinario di storia del diritto italiano. Di lui sarà detto degnamente nella commemorazione che saremo di tanto stimato collega. Ci hanno pure lasciato Andrea Moschetti e Luigi Rizzoli, liberi docenti che ebbero lunga domestichezza con la nostra università. E taccio di molti altri periti o dispersi e tratti in terre lontane: degli studenti che più non torneranno fra noi, di quelli che rivedremo ancora nel giorno in cui, sopito il furore della guerra, si sarà purificato il nostro dolore e il nostro rimpianto. Benefiche fondazioni sono sorte a stimolo e a favore di giovani studiosi: i premi in onore di Maria Amelia Comessatti, Guido Caliterna, Cesare Bolognesi, Piras Solinas, S.A.V.A., la borsa di studio Luigi e Angela Rizzoli e quelle intitolate ai nomi del dottor Giuseppe Fabbro e del sottotenente Ferruccio Ferrari. Altre sono annunziate. Così la pietà di congiunti e di amici perpetua questo asilo di studi un riverente ricordo. Alle consuete opere di assistenza altra si aggiunge che i tempi ci impongono e le esigenze non consentono di assolvere come vorremmo: perché Padova rappresenta ormai un centro di raduno e di soccorso per molti studenti i quali, tagliate le vie che li riportavano a casa, qua si dirigono come a un porto in mezzo alla bufera. L’edilizia universitaria non ha cessato né può cessare di provvedere a talune delle più urgenti sistemazioni; e mi è grato ricordare le radicali e provvide trasformazioni che sono in corso nell’Istituto di Igiene. L’attività del Consorzio, che è stata così fervida di opere, è oggi naturalmente sul declinare. 

Compiuti gli ultimi lavori del Palazzo Centrale e quasi compiuti quelli dell’Istituto di patologia speciale chirurgica, si proiettano in un avvenire, che speriamo non troppo remoto, i miraggi belli delle Cliniche che prenderanno corpo quando le case abbattute risorgeranno sotto il cielo d’Italia non più solcato dagli apparecchi della morte. Nell’anno che già si conclude l’Università padovana ha visto accrescere di 1500 il numero dei suoi studenti, raggiungendo la cifra di 8741 iscritti: segno infallibile di un continuo incremento che solo amare vicende potranno interrompere perché abbia più impeto la ripresa. Così all’attività scientifica degli istituti e delle scuole né il personale più ridotto né le comunicazioni e i commerci sospesi né le inquietudini e le ansie che passano come un contagio per l’aria hanno impedito l’altissimo compito. Anche in quest’ora di prolungato travaglio noi sentiamo l’università come un organismo sempre più vitale che si inserisce continuamente nella nazione rinnovandone e fortificandone le energie.

L’università è sicuramente la più alta palestra intellettuale della gioventù: dove sorgono lenti o impetuosi i problemi dello spirito, dove gli animi sono più intenti a conoscere o a riconoscere quelle che resteranno forse le verità fondamentali dell’esistenza individuale. E noi maestri abbiamo il dovere di rivelarci interi, senza clausure né reticenze, a questi giovani che a noi chiedono non solo quali siano i fini e i procedimenti delle particolari scienze, ma che cosa si agita in questo pure ampio e infinito e misterioso cammino della storia umana. E questo compito non è proprio soltanto delle scienze morali e storiche e letterarie ma si estende a tutti i rami dell’insegnamento superiore: e noi sappiamo quanto lume di dottrina, quali esempi di dignità, che nobile e vigoroso richiamo alla libertà dell’intelletto siano venuti in ogni tempo dagli istituti scientifici, donde la ricerca muove verso tutti gli spazi; dalle scuole di ingegneria, dove l’arte e la tecnica attendono insieme alla bellezza e alla utilità sociale; dalle aule e dai laboratori di medicina, dove l’uomo è continuamente conteso al segreto che lo circonda e lo insidia e al male che da ogni parte lo colpisce nella perpetuità delle generazioni. Non sarà frase ambiziosa dire che l’Università è l’alta inespugnabile rocca dove ogni nazione e ogni gente raduna le sue più splendide e feconde energie perché l’umanità abbia nel suo cammino un sostegno e una luce; essa è la rocca che domina o alimenta il mondo tutto del lavoro. Di là da quel mondo la voce della scienza si fa muta o si converte in maleficio. Oltre i confini in cui il popolo lavoratore compie il destino della sua giornaliera fatica, manca il nutrimento allo spirito dell’uomo, che è nullo se non si riduce in benefica offerta e in salutare ristoro all’indigenza e al patimento della vita. La via che va dalla scuola alla officina, dai laboratori scientifici alla zolla arata e seminata, è oggi certamente assai più larga e diritta che prima non fosse; per quella via giungono di continuo i sussidi della scienza indagatrice e creatrice alle mani dell’operaio e del contadino; ma quelle mani non si tendono ancora abbastanza né si stringono in quel vincolo solidale che nasce dal senso fraterno di una comune necessità. C’è ancora da costituire nel mondo la vera e grande e umana parentela che renderà più sicura quell’altra che si estende pei rami delle discendenze e delle affinità. La società moderna che apparisce così enormemente complicata rispetto all’antica è invece – non vi sembri eresia – è invece enormemente semplificata nella sua attività spirituale. Questo miracolo di chiarificazione e semplificazione ha operato un fattore di prodigioso potere: il lavoro. Il lavoro c’è sempre stato nel mondo, anzi la fatica imposta come una fatale dannazione. Ma oggi il lavoro ha sollevato la schiena, ha liberato i suoi polsi, ha potuto alzare la testa e guardare attorno e guardare in su: e lo schiavo di una volta ha potuto anche gettare via le catene che avvincevano per secoli l’anima e l’intelligenza sua. Non solo una moltitudine di uomini, ma una moltitudine di coscienze è entrata nella storia a chiedere luce e vita e a dare luce e vita. Oggi da ogni parte si guarda al mondo del lavoro come al regno atteso della giustizia. Tutti si protendono verso questo lavoro per uscirne purificati. E a tutti verrà bene, allo Stato e all’individuo; allo Stato che potrà veramente costituire e rappresentare la unità politica e sociale dei suoi liberi cittadini; all’individuo che potrà finalmente ritrovare in sé stesso l’unica fonte del proprio indistruttibile valore. Sotto il martellare di questo immane conflitto cadono per sempre privilegi secolari e insaziabili fortune; cadono signorie, reami, assemblee che assumevano il titolo della perennità: ma perenne e irrevocabile è solo la forza e la potestà del popolo che lavora e della comunità che costituisce la gente invece della casta. Signori, in queste ore di angoscia, tra le rovine di una guerra implacata, si riapre l’anno accademico della nostra Università. In nessuno di noi manchi, o giovani, lo spirito della salvazione, quando questo ci sia, tutto risorgerà quello che fu malamente distrutto, tutto si compirà, quello che fu giustamente sperato. Giovani, confidate nell’Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti. In questo giorno 9 novembre dell’anno 1943 in nome di questa Italia dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati, io dichiaro aperto l’anno 722° dell’Università padovana.”

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