Carlo Osvaldo Goldoni

(Venezia, 25.2.1707 – Parigi, 6.2.1793)

Il commediografo veneziano, di padre modenese, era praticante nello studio legale dello zio Giampaolo Indric quando fu ammesso nel 1722 al collegio Ghislieri di Pavia con una borsa di studio concessa dal marchese Pietro Goldoni Vidoni, protettore della famiglia. Dal collegio venne però espulso nel 1725 a causa di una poesia licenziosa che aveva scritto sulle donne della città. Tornò a Venezia, seguì un corso di diritto a Udine e nel 1727 s’iscrisse all’Università di Modena col proposito di laurearsi in diritto, ma vi rinunciò quando trovò un impiego come aggiunto del coadiutore del cancelliere criminale di Chioggia.

Convinto a concludere finalmente i suoi studi in legge, si avvalse della cittadinanza del padre per millantare una ereditata cittadinanza non veneziana e ottenere così la possibilità di affrontare in pochissimo tempo l’esame di laurea a Padova. “Per essere ammesso all’avvocatura a Venezia – scrive Goldoni nelle sue Memorie– bisognava prima di tutto ottenere la laurea all’Università di Padova” e quindi “bisognava avervi trascorso cinque anni consecutivi con certificati che attestassero la frequenza”. Ma Goldoni trovò la scappatoia: “gli stranieri possono presentarsi al collegio per sostenervi la tesi e laurearsi senza indugio”. Eccolo quindi, “oriundo modenese” a presentarsi alla sessione di laurea senza aver frequentato le lezioni, il 21 ottobre 1731, dopo una notte insonne passata al tavolo da gioco in compagnia dell’avvocato che lo aveva preparato per l’esame, Francesco Radi. Goldoni più tardi avrebbe raccontato nelle sue Memorie, con spirito molto teatrale, lo svolgimento dell’esame, che andò a buon fine.

Il veneziano esercitò poi l’avvocatura in ambito civile a Venezia nei primi tempi dopo la laurea, e nell’ambito penale a Pisa dal 1744 al 1748.

Approfondimenti

L’affaire Spallanzani nell’ultima (presunta) commedia di Goldoni